Non è successo tutto in una volta. Non c'è stato alcun brusco aumento alla cassa, né alcun titolo di giornale che annunciava a gran voce che i prezzi stavano per salire. Il cambiamento è invece avvenuto in modo graduale, come una marea lenta: all'inizio quasi impercettibile, ma ora che sta lambendo i piedi dei consumatori quotidiani. Gli ultimi dati sull'inflazione negli Stati Uniti forniscono l'indicazione più chiara finora: i dazi, quelle tasse invisibili sui beni importati, stanno iniziando a incidere sui prezzi al consumo.
Questa è la scomoda conclusione che si può trarre dai dati sull'inflazione di giugno. Mentre l'inflazione complessiva è rimasta relativamente contenuta, grazie anche al calo dei prezzi dei veicoli, alcune categorie, in particolare quelle che dipendono dalle importazioni, hanno iniziato a mostrare segni evidenti di pressione. Si tratta di un tipo di indizio economico facile da trascurare, ma i responsabili politici della Federal Reserve stanno prestando attenzione. Con la loro prossima importante riunione alle porte, i funzionari della banca centrale sono divisi. I dazi sono solo un ostacolo temporaneo o l'inizio di un aumento più persistente dei costi?
Nel frattempo, in Cina, il quadro economico sta creando una tensione tutta sua. In apparenza, le cose sembrano andare bene. Una crescita del PIL del 5,2% nel secondo trimestre ha superato le aspettative e ha avvicinato Pechino al suo obiettivo per l'intero anno. Ma se si va oltre le apparenze, iniziano ad affiorare le preoccupazioni. Le esportazioni possono essere forti, ma i prezzi interni sono in calo. C'è la sensazione inquietante che la seconda economia mondiale potrebbe andare incontro a una deflazione se la domanda non riprenderà presto.
È un momento strano a livello globale. Negli Stati Uniti, i consumatori stanno ricominciando a spendere con cautela, con le vendite al dettaglio in aumento a giugno. Anche le vendite di automobili, che erano in calo da due mesi consecutivi, hanno registrato una sorprendente ripresa. Ma dietro questi aumenti c'è un fragile equilibrio: le aziende stanno iniziando a trasferire una parte maggiore dei loro costi sui clienti, e questo non è un gioco che qualcuno può vincere a lungo termine.
La politica, come al solito, complica il quadro. L'ex presidente Donald Trump, che non ha mai evitato di alimentare le polemiche, ha lanciato un'altra granata verbale contro il presidente della Federal Reserve Jerome Powell, questa volta presentandola come una mancata revoca del suo incarico, che in qualche modo è sembrata una velata minaccia. I mercati, già nervosi a causa dell'incertezza, hanno sussultato.
Altrove, le ripercussioni delle politiche commerciali statunitensi stanno causando cambiamenti più profondi. Un'analisi di Bloomberg suggerisce che la maggior parte delle industrie cinesi non è attrezzata per resistere agli attuali livelli tariffari. Con i dazi statunitensi che si aggirano intorno al 40% e i margini di profitto industriali medi appena superiori al 14%, si tratta di un divario pericoloso. Le conseguenze potrebbero essere tagli dei prezzi più drastici, profitti erosi e persino perdite di posti di lavoro se la pressione persiste.
L'Europa non se la cava molto meglio. In Gran Bretagna, il mercato del lavoro è instabile. La disoccupazione è salita al 4,7%, il livello più alto degli ultimi quattro anni, e il numero di persone con un lavoro retribuito è diminuito significativamente dalla fine del 2024. I datori di lavoro si sentono sotto pressione, soprattutto dopo l'introduzione di nuovi oneri fiscali all'inizio di quest'anno.
In Germania, il problema non riguarda tanto i dazi quanto le questioni strutturali a lungo termine. La macchina delle esportazioni, un tempo potente, sta perdendo colpi. La Bundesbank ora punta apertamente il dito contro le sfide più profonde dell'economia tedesca, non solo le tensioni commerciali.
In Asia, le risposte politiche stanno iniziando a divergere. L'Indonesia ha tagliato i tassi di interesse e ha lasciato intendere di essere pronta a fare di più. L'Australia, invece, è alle prese con dati sull'occupazione poco incoraggianti: la crescita dell'occupazione a giugno è stata quasi inesistente, trainata esclusivamente dai lavori part-time. Non proprio un segnale di fiducia in forte espansione.
Tuttavia, permangono alcuni segnali positivi. La Svizzera, nota più per la sua neutralità che per le sorprese economiche, ha registrato un aumento delle esportazioni verso gli Stati Uniti, in particolare nel settore farmaceutico. Aziende come Novartis e Roche continuano a spedire miliardi di farmaci, senza lasciarsi influenzare, per ora, dalle perturbazioni commerciali.
In tutto questo, gli investitori cercano rifugio in luoghi inaspettati. Con le obbligazioni dei mercati sviluppati che sottoperformano a causa delle preoccupazioni sul debito, il debito dei mercati emergenti, in particolare in alcune parti dell'Asia, sta attirando un nuovo interesse. Si tratta di un curioso ribaltamento, il tipo di mossa che suggerisce che i nervi finanziari globali stanno cedendo.
Conclusione? Sebbene l'inflazione non sia sfuggita al controllo, le forze sottili che la determinano sono in movimento. I dazi non sono più solo uno strumento politico o una clausola di un accordo commerciale: stanno iniziando a manifestarsi nei corridoi dei negozi locali, nel prezzo dei generi alimentari, dei mobili e persino dei dispositivi elettronici. Che si tratti solo di una nuvola passeggera o dell'inizio di una tempesta più violenta è la domanda che tutti si stanno silenziosamente ponendo, anche se nessuno ha ancora una risposta.


